Parastoo Nabavi, dall’Iran all’anima di Mussi: una storia di migrazione, cuore e artigianato raccontata con occhi diversi.
INDUSTRIACOMO | N. 37 | Ottobre 2025
Nata a Teheran, cresciuta tra responsabilità e ambizione, Parastoo Nabavi ha costruito la propria strada tra due continenti, portando in Italia non solo la sua cultura, ma un approccio al lavoro e alla vita che unisce determinazione, bellezza e autenticità. Oggi è l’anima comunicativa della Mussi Divani, azienda storica della Brianza dove l’artigianato incontra la contemporaneità. Accanto al marito Gio Mussi, Parastoo ha trasformato l’azienda in un luogo dove ogni divano racconta una storia, ogni cliente è un ospite, ogni dettaglio è curato con attenzione quasi maniacale. Non è solo comunicazione: è visione, passione, e il frutto di anni di coraggio, sacrificio e intuizione.
Da Teheran a Como, intervista a Parastoo Nabavi
La forza della leggerezza.
di Caterina Malacrida
Parastoo, partiamo dall’inizio.
Sono nata e cresciuta a Teheran, la capitale dell’Iran. La mia è stata un’infanzia felice, circondata dalla mia famiglia e dagli amici. A diciassette anni, insieme a mio fratello ventenne, abbiamo fondato la nostra prima azienda, una società di stampaggio. Eravamo giovani, senza esperienza, ma pieni di entusiasmo. All’inizio lavoravamo solo noi due, poi abbiamo coinvolto amici fidati che ci hanno aiutato e insegnato il mestiere. Abbiamo imparato tutto lavorando, con gli errori e con l’entusiasmo di chi non ha paura. All’epoca non c’era molta concorrenza: eravamo tra i pochi e l’azienda ha avuto subito successo. Per necessità poi, ho deciso di studiare contabilità all’università, non perché fosse la mia passione ma perché serviva all’azienda.
Quando hai sentito il bisogno di partire?
Tutto è iniziato con mia madre. A sessant’anni ha deciso di trasferirsi in Danimarca con suo marito. Io e mio fratello siamo rimasti in Iran per seguire l’azienda, ma la sua assenza mi pesava molto. Andavo spesso in Danimarca a trovarla: lì tutto era perfetto, ma troppo silenzioso, troppo fermo. Mia madre desiderava che mi trasferissi da lei, ma io non me la sentivo: in Iran avevo la mia azienda, la mia vita e la mia famiglia. Tuttavia, dentro di me cresceva la voglia di fare un’esperienza all’estero, di scoprire chi fossi fuori dal mio mondo. Ho iniziato a studiare francese, poi ho conosciuto una ragazza che mi ha parlato di una scuola di italiano a Teheran. Le opzioni erano due: si poteva fare un corso di qualche mese e ottenere un visto per l’università in Italia, oppure, per chi era coraggioso, si poteva fare direttamente l’esame di ammissione. Ho scelto la seconda strada. Ho preso lezioni private, studiavo ogni giorno, e dopo due mesi — incredibilmente — ho passato l’esame. Un mese dopo, avevo il visto in mano.
E così sei partita.
Sì, era il 2012. Avevo ventinove anni. Sono arrivata a Milano, anche se inizialmente dovevo andare a Roma, ma la notte prima di partire ho sognato che tutte le porte della città si chiudevano davanti a me, tutte le strade scivolavano sotto i miei piedi. Mi sono svegliata agitata: ho sentito che non era il mio posto. Il giorno dopo ho provato a chiamare l’ambasciata italiana per cambiare la città di destinazione. Mi hanno detto che era impossibile. Ma quando ho detto il mio nome, per una coincidenza incredibile, stavano proprio compilando il mio fascicolo e così sono riuscita a cambiare. Quel sogno, e quella coincidenza, mi hanno portata a Milano. Ancora oggi credo che nulla accada per caso.
Ricordi il primo periodo in Italia?
Si, benissimo! Era il 2012, avevo 29 anni. Ero spaesata. Sono arrivata a Milano con un professore iraniano e suo figlio, che mi hanno accompagnata per il primo mese. Mi sono iscritta all’università ma non capivo quasi nulla. Non conoscevo nessuno, non capivo la lingua, mi sentivo persa. Ricordo le giornate in cui camminavo da sola per le strade e piangevo. Ma allo stesso tempo sapevo che una persona, per cambiare davvero, deve attraversare quei momenti difficili. Tante volte ho pensato di tornare indietro, da mia madre o da mio fratello. Ma poi mi dicevo: se vuoi cambiare, devi attraversare la tempesta. Piano piano ho cominciato a capire, a stringere amicizie, a sentirmi parte di un nuovo mondo. Ho conosciuto un’amica iraniana, e con lei ho iniziato a divertirmi e a sentirmi più leggera.
Qual è stato il passo più difficile?
Accettare la solitudine. L’Iran è un Paese rumoroso, pieno di vita, famiglia, amici, tavole imbandite. Qui ho imparato il silenzio. Ma è stato in quel silenzio che ho capito chi ero davvero.
E poi cosa è successo?
Dopo quel primo anno a Milano, ho deciso di rimanere più a lungo ma volevo lavorare, non solo studiare. Ho iniziato a promuovere la mia azienda in Italia e proprio così ho conosciuto Gio, quello che successivamente è diventato mio marito. Era un momento difficile per lui: l’azienda di famiglia, Mussi Divani, stava attraversando un passaggio generazionale complesso, ma quando ho visto i suoi lavori, ho pensato che sarebbe stato un peccato abbandonare quella storia bellissima. I nostri vissuti ci hanno portato ad avvicinarci molto, abbiamo parlato tanto, ci siamo sostenuti a vicenda e, dopo qualche mese, ci siamo innamorati. Con lui ho scoperto la Brianza, il valore del lavoro artigianale, la passione per il dettaglio.
Cosa hai provato la prima volta che sei entrata nel laboratorio della Mussi Divani?
Sono rimasta incantata, pensavo che l’Italia fosse più tecnologica. Venivo da un Paese dove la tecnologia è molto diffusa, dove tutto è automatizzato, ma qui ho scoperto che la bellezza nasce dalle mani, dal gesto. Ho imparato che più le cose sono semplici, più sono vere, che la bellezza sta nel tempo dedicato alle cose. Gio dice che quando si fanno le cose con le mani, ci si mette il cuore. In quei gesti c’era una storia, un sapere antico, un modo di fare che meritava di essere raccontato e tramandato. È lì che ho sentito nascere il desiderio di far parte di tutto questo, di proteggerlo e farlo rinascere.
Gio ti ascolta e qualche anno dopo diventa titolare dell'azienda di famiglia, la Mussi Divani. Cosa hai portato tu in azienda?
Uno sguardo nuovo. La Mussi Divani è un brand storico, conosciuto per la sua qualità artigianale e per la forza dei materiali. Ma mancava un racconto. Io credo che ogni divano, ogni poltrona, ogni dettaglio, debba raccontare qualcosa: la mano che lo cuce, la famiglia che lo sceglie, il tempo che ci si passa sopra. Ho cominciato a lavorare sullo storytelling, sull’identità visiva e sul linguaggio del marchio. Ho voluto che ogni immagine, ogni parola trasmettesse ciò che siamo: una realtà familiare, fatta di autenticità e rispetto. Abbiamo rinnovato il sito, il catalogo, la comunicazione. Ma soprattutto abbiamo cambiato l’approccio: oggi chi entra in azienda non compra un prodotto, entra in una storia. Accogliamo ogni ospite come se fosse a casa. Offriamo tè persiano, raccontiamo l’azienda e il significato della farfalla, dedicata a mia madre, Parvaneh, simbolo di bellezza e leggerezza. Per noi ogni incontro è una festa. È questo che porto: la cura delle relazioni, la gratitudine, il valore del tempo condiviso. In questo modo abbiamo conosciuto tante realtà, persone diverse ognuna delle quali ha arricchito il nostro percorso.
Per esempio?
MYGG, per esempio, nella persona dell'architetto Gerardo Sannella, è un compagno di viaggio che ci aiuta ad attraversare il mondo del design, unito a stile, arte e innovazione. Con lui abbiamo collaborato per creare due prodotti su misura, uno dei quali ha preso il nome Shervin, "amato dai popoli", il secondo nome di mio figlio. Lavorare con MYGG ci ha permesso di applicare la filosofia Mussi: artigianalità, relazione, esperienza immersiva. Ogni progetto nasce da un dialogo, non solo da un contratto. Questa collaborazione rappresenta ciò che credo sia fondamentale: il valore delle relazioni umane, della fiducia e della creatività condivisa.
E per quanto riguarda il lavoro con tuo marito: più complicità o più confronto?
È bellissimo, siamo una squadra. Abbiamo la stessa visione, la stessa curiosità. Lavorare insieme non significa solo gestire un’azienda, ma costruire un sogno comune. Abbiamo ridisegnato il sito, rinnovato nostra azienda, Mussi Divani. Anche lì ho trovato una seconda casa. Le persone che lavorano con noi sono diventate la mia famiglia italiana: mi chiamano “il raggio di sole”. Prima del matrimonio mi hanno scritto una lettera bellissima — ancora oggi, ogni volta che la rileggo, mi commuovo.
Hai un sogno che non hai ancora realizzato?
Certo! Vorrei creare un luogo dove le persone possano vivere l’essenza di Mussi. Una casa-showroom accanto all’azienda, con una cucina, un grande tavolo, spazi dove si possa cucinare, ascoltare musica, parlare. Vorrei accogliere i clienti come ospiti, condividere con loro un bicchiere di vino, una storia, un’emozione. E poi sogno di creare un vino con il mio nome. Non per vanità, ma per racchiudere in un sorso la mia storia: il sapore dell’Iran, la dolcezza del lago, la forza del viaggio.
C’è qualcosa della tua cultura che porti ogni giorno?
Il senso dell’ospitalità, la cura del dettaglio, il valore delle relazioni umane. In Iran il tè si offre sempre, la casa è aperta agli amici. Lo stesso porto nel mio lavoro: ogni cliente diventa ospite, ogni prodotto ha un’anima. E poi la spiritualità: non come religione, ma come sensibilità, attenzione ai segni, capacità di ascoltare la vita e le coincidenze.
Hai mai pensato di tornare in Iran?
No, non per viverci. Amo l’Iran, la sua gente, la sua vitalità, ma qui ho trovato la mia dimensione. In Iran la vita è sempre piena, si corre, si festeggia, non ci si ferma mai. A Como invece ho scoperto la pace, il tempo lento, il piacere della semplicità. La mia vita è qui, con Gio e Nicolò.
Qual è un consiglio che daresti a un giovane di oggi?
Di non avere paura. Di uscire dal proprio Paese, dalla propria zona di comfort. Di viaggiare, esplorare, sbagliare, imparare. Ogni difficoltà ci modella, ci fa diventare più forti. Auguro a mio figlio e a tutti i ragazzi di vivere ogni giorno con gratitudine, anche le piccole cose — un caffè, una passeggiata, un incontro. Perché sono questi momenti, apparentemente semplici, a dare senso alla vita.